di  Gianfranco Menghini

Christine Danjou

Romanzo erotico-umoristico

Come in una divertente e piccante commedia di Feydeau che, anziché avere come scenario la Parigi della Belle Epoque, in questo libro ha quello solare e tiepido della Costa Azzurra. Laddove il caldo sole mette una fregola addosso ai suoi abitanti da indurli a intrecciare facili relazioni boccaccesche. Ben lo sa il mandrillo Fedele, fedele solo ai suoi appetiti amorosi. Il quale, già da molto prima che accadessero gli scandali finanziari di Milano, vi si è imboscato portando con sé, un pò alla volta, il favoloso malloppo dei suoi illeciti traffici. Siamo nel 1992 con la Guerra de Golfo che impazza, i primi telefoni cellulari che incominciano a cambiare il modo di vivere della gente.

Il tutto è abbastanza esilarante, sennonché nel finale le cose si ricompongono, quasi dovesse trattarsi di una salutare lezione di vita che rimette nella giusta carreggiata i suoi protagonisti.

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PRIMO

Se non gliel’avesse detto Carole, non ci avrebbe mai creduto. Quando sbarcò dal treno a Cannes quel mattino di febbraio, il tempo era splendido e sembrava fosse già sbocciata la primavera per la quantità di fiori dai variegati colori che ornavano le aiuole della Croisette.
Aveva lasciato a Parigi un tempo schifoso, tanto faceva freddo e umido e con un vento teso che, provenendo dalla foce della Senna, stava spazzando con irruenza i boulevards, i cui alberi spogli avevano assunto un’aria lugubre per la luce grigia del cielo uniformemente coperto.
Le era dispiaciuto non aver preso l’aereo che in poco più di un’ora l’avrebbe portata a Nizza ma, seppure avesse trovato come pretesto che all’arrivo doveva recarsi in taxi alla stazione per imbarcarsi sul treno per Cannes, aveva invece avuto l’irrazionale paura che con quel tempo potesse accadere un incidente in volo. E, infine, il viaggio era stato confortevole. Con il TGV che correva a quasi trecento chilometri all’ora, era arrivata a Marsiglia senza accorgersene. Peccato che in quella stazione avesse dovuto cambiare convoglio, viaggiando più lentamente. Il ritmato dondolio del treno le aveva conciliato un breve sonno fino a Cannes. La sua vicina di poltrona, una signora gentile con la quale aveva scambiato qualche frase di poco conto fino a Tolone, dopo l’avvio del treno da quella stazione, le aveva fatto intendere che se voleva dormire un po’, le avrebbe tenuto d’occhio il bagaglio, una valigia rigida e un borsone che aveva faticato non poco a mettere sugli appositi ripiani, per quanto in quello scompartimento di prima classe ci fossero solo loro due né altri potevano ragionevolmente entrarvi, poiché il treno fino a Cannes non faceva fermate intermedie.
Se suo padre le avesse permesso di prendere il treno della notte, avrebbe dormito comodamente nel vagone letto fino a destinazione, sul normale treno internazionale che proseguiva per Roma. Due giorni prima aveva avuto l’ultimo scontro con lui. Gli voleva un gran bene e si rammaricava come, da piccola, l’avesse tanto coccolata come fosse la sua principessa e, da quando aveva superato l’adolescenza, invece, si era trasformato in un uomo prima apprensivo e, poi, chissà perché, anche geloso.
Lei, spirito indipendente e controverso, al raggiungimento della maggiore età non si era fatta scappare nemmeno un’occasione e, complice sua madre, si era presa tante libertà con il facile pretesto di studiare assieme alle sue due amiche del cuore: Carole e Brigitte. Suo padre aveva brontolato le prime volte ma poi, accertato che le tre ragazze si riunivano a rotazione dalla casa dell’una a quella dell’altra, considerati pure i buoni risultati conseguiti dalla figlia, si era tranquillizzato.
L’appartamento dei suoi genitori, al quarto piano di un immobile ottocentesco di Boulevard Jourdan angolo Rue Nansouty, si affacciava sul Parc Mont Souris. Spesso e, soprattutto quando pioveva, cosa non infrequente nella sua città, sin da piccola le capitava di rimanere ore intere con la fronte appoggiata ai vetri della finestra a guardare trasognata le piante, tra le quali spiccavano una decina di platani, stranamente fatti crescere insieme nella parte frontale da un giardiniere senz’altro molto fantasioso. Il platano era l’albero che preferiva sia per la chioma larga e frondosa, che per le foglie larghe cui attribuiva una vaga forma aerea. All’arrivo di ogni autunno provava una stretta al cuore nel vedere che dopo aver cambiato colore, quei piccoli alianti incominciavano a cadere, se non tirava vento, in lente spirali, andandosi ad ammucchiare sul suolo umido. E proprio la vigilia della partenza aveva passato la notte insonne con la fronte appoggiata al vetro della finestra. Tuttavia, i suoi pensieri non avevano vagato, come le era sempre capitato, nell’incertezza di lievi riflessioni interrotte dall’osservazione intelligente di quello che accadeva nel parco, bensì da uno ben preciso che era stato la causa della sua determinazione di andarsene per un po’. Era impensierita da quello che le stava succedendo e a niente era valso guardare il parco nel semicupio colore della notte né l’aveva distratta l’intenso traffico veicolare dei due grandi viali che aveva incominciato a scemare dopo le due del mattino, fino a interrompersi del tutto alle tre, ora in cui lei aveva iniziato a prepararsi per il viaggio, nonostante il suo treno partisse alle cinque.
Stante la situazione, che di giorno in giorno si stava facendo sempre più critica tra lei e suo padre, la mamma l’aveva assecondata nel suo intendimento di recarsi in Costa Azzurra dove sapeva che in quei giorni splendeva un magnifico sole. In più l’aveva rifornita di denaro, molto di più di quanto gliene servisse anche se avesse preso una camera al Gray D’Albion o presso altri alberghi di pari categoria. L’Hotel Martinez, presso cui avrebbe gradito che Christine alloggiasse, poiché contava sull’amicizia del suo direttore, era purtroppo chiuso per il periodo invernale.
Christine, però, non aveva confidato alla mamma quale fosse il vero motivo del suo viaggio. Le aveva sempre confidato tutti i piccoli e grandi segreti fino a che i rapporti con il padre avevano incominciato a guastarsi. Da quel momento aveva incominciato a nutrire il dubbio che sua madre li avrebbe a sua volta riferiti al marito. Allora sarebbero davvero cominciati i guai. E, considerato il carattere del genitore, sarebbero stati molto seri.
Aveva iniziato a farlo solo per un dispetto. In contrapposizione alla sua continua ingerenza negli studi spinta fin nelle sue cose più intime, Christine aveva provato la prima volta a mentirgli per l’ebrezza che gliene era derivata. Poi era andata ben oltre. Talmente in là che era diventato usuale per lei rimanere a dormire, per ragioni di studio, in casa ora dell’una ora dell’altra delle sue due amiche. E, visto i risultati brillanti, con l’ottenimento del…