di  Gianfranco Menghini

Finché dura, amico mio

Romanzo in forma di lettere

In questo romanzo sotto forma di dieci lettere, vengono svelate tutte le traversie che l’autore esordiente deve affrontare prima di vedersi il proprio libro pubblicato. Finché dura, amico mio: il romanzo dalle mille peripezie, ma anche la scoperta di un mondo sconosciuto nella bella e fertile campagna avellinese. Il protagonista della vicenda è un autore semi esordiente che, una volta messi i soldi da parte, fa di tutto per cercare di pubblicare il suo libro. In questo viaggio tortuoso, incontrerà strani personaggi che faranno di tutto per approfittarsi di lui. Sarà una carrellata di scene e situazioni che l’autore conosce bene: amici comuni che non sono poi tanto amici, agenti letterari per così dire “fuori norma”, persino una visita a Montecitorio per parlare con un onorevole… Il tutto ci verrà raccontato a ruota libera dallo stesso autore, che descrivendo nei particolari ogni situazione che gli capita, vede mano a mano scomparire quell’idea quasi sacra che c’è dentro ognuno di noi quando si tratta di pubblicare un libro: la convinzione di stare facendo qualcosa di utile, anzi di eccelso, diventa nello scorrere delle pagine amara rassegnazione di un mondo dove la cultura conta ben poco.Il sogno tra tante amarezze in questo romanzo“Finché dura, amico mio pone l’accento su un problema vero dell’editoria italiana, senza però imputare colpe o emanare sentenze. Questo libro fatto di piccole, grandi amarezze, è in realtà un viaggio interiore da leggere tra le righe. Il sogno dell’autore esordiente si realizzerà? Lo scoprirete solo leggendo…

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1 INUTILI

Inutili i preliminari perché devo dirti cosa mi è successo a Roma e non vorrei confondermi se inizio questa lettera nei soliti modi stereotipati che si usano nella corrispondenza.

Dunque. Questa volta sono partito in treno. Troppo traffico per le strade e con questi vacanzieri che usano l’automobile soltanto in estate, giacché quando circolano in città non sono loro a guidare ma il flusso del traffico che li porta da una parte all’altra, potrebbe essere pericoloso anche solo incrociarli. Alcuni di loro sanno appena leggere – scrivere, non ti dico – figurati se conoscono le regole fondamentali del Codice della Strada. Ma se non sanno neppure quale delle loro mani sia la destra e quale la sinistra, ti immagini quando provengono da sinistra, se ti danno la precedenza? Ci vorrebbe una barriera come quelle dei passaggi a livello per fermarli. E poi, il treno, via… sono vent’anni che non ci monto sopra. Volevo vedere come funzionava. Con tutta la pubblicità di Trenitalia che ti bombarda il cervello ogni volta che accendi la TV anche se cambi canale. Ma davvero fanno accomodare quel piccione sul sedile, così bello, nuovo – il sedile, intendo – che ti pare che da un momento all’altro ci faccia sopra una piccola cacca… mah! L’ho visto, anzi, mi ci sono seduto sopra. Avevo dato una sbirciata a quelli di seconda classe quando ho dovuto attraversare tutta la carrozza per andare a occupare il mio posto. Quel sedile in velluto con i disegni romboidali rossi si trova solo in prima. Chiaro il messaggio, no? Prenota pure il posto se non vuoi fare il viaggio in piedi. Ma i guru delle Ferrovie non tengono in buon conto le abitudini degli italiani che preferiscono morire come mosche sulle strade piuttosto che viaggiare in treno. Poi, se c’è un incidente ferroviario che conta che so, sette od otto morti, tutto il Paese precipita nel lutto più stretto, non tenendo conto delle ottanta e più vittime e tre volte tante i feriti che a goccia a goccia formano quel numero spaventoso in tutte le strade italiane, solo per un fine settimana di spostamenti vacanzieri. Be’, vuoi mettere? Una cinquantina tra Piemonte, Lombardia e Liguria, altri venti nelle tre Venezie, due in Puglia, altri tre in Sardegna – ma erano tre giovinastri un po’ fatti all’uscita dalla discoteca – una decina tra Calabria e Sicilia e altri cinque in Maremma in quelle strade che i simpatici toscani, sentendosi i soli custodi del paesaggio a loro così familiare, lo vogliono mantenere come ai tempi del trasporto con i quadrupedi e i morti… ma che imparino a guidare e poi, cos’è tutta questa mania di girare in lungo e in largo la penisola! Ma che se ne stiano a casa loro oppure ‘venghino, siori e siore, venghino pure’, magari arrivando a piedi o con il treno a riempire alberghi, villaggi turistici e ora anche le fattorie per ciò che hanno furbescamente battezzato con un ridicolo eufemismo: agriturismo. Vivere in mezzo agli animali con le loro puzze, cacche e così via. Nessuno tiene mai in buon conto l’odorato. Che meraviglia scappare dai cattivi odori e dagli strepiti delle città affollate e, dopo tanto sacrificio, andare in vacanza a lavorare ma, soprattutto, a odorare i vomitevoli olezzi della campagna dove la merda con paglia viene chiamata stallatico. Poi ci sono gli animali da cortile e i piccioni. E il cavallo, in Maremma come fa a mancare il cavallo, e infine i cani, belli quelli maremmani così bianchi e servizievoli al padrone, ma anche loro… ma che puzzo! I buoni toscani tengono di più alla vista. Vuoi mettere? Vedere quegli svelti piloni che sostengono il nastro d’asfalto della progettata autostrada che va a bucare le opime colline è molto, ma molto peggio che sentire gli olezzi, passeggiare sulla sporcizia delle spiagge e fare caso ai numerosissimi capannoni in mezzo ai colori naturali della campagna. E, per non contrastare la linea tenuta dai cugini livornesi i quali, per salvaguardare, secondo loro, gli interessi della città labronica, hanno sempre impedito la costruzione del raccordo autostradale tra Livorno e Civitavecchia, ma anche del raddoppio dell’Aurelia che ha causato, nel tempo, la morte di cinquecento esseri umani e non si sa di quanti animali, per non contare i feriti su quel tranello di strada d’antan, disegnata e lastricata dagli antichi romani che vi ci scapicollavano a loro piacimento, ma con le bighe che, si sa, più di tanto non potevano correre e poi al massimo si rompevano il collo uno o due e non coinvolgevano innocenti guidatori che venivano dalla parte contraria. Con il treno il panorama lo vedi, eccome se lo vedi. Tolta la vista per meno di venti minuti di corsa delle dolci colline che i maremmani non vorrebbero bucare, il paesaggio è inguardabile, con la fitta vegetazione spontanea cresciuta lungo la ferrovia che funziona come il diaframma di una macchina fotografica elettronica che scatta come una mitragliera impedendoti di vedere oltre e se riesci a intravedere qualche scorcio interessante, è tale il fastidio che provi per quelle continue interruzioni, che preferisci sfogliare il settimanale già letto nelle sue linee principali. E quando arrivi a Civitavecchia dopo esserti gustato qualche scorcio di mare, ti illudi di essere già a Roma e invece devi fare ancora una settantina di chilometri di cunicoli, gallerie e quando, tirando un sospiro di sollievo, il treno sbuca all’aperto, sotto l’occhio ti incominciano a scorrere una sequela di brutti alberi che solo loro hanno trovato il coraggio e la forza di crescere lungo la ferrovia.

Finalmente, dopo la fermata in tutte le stazioni di Roma, l’Ostiense, la Tuscolana, la Prenestina, arrivo felice a Termini. Mica tanto però, perché mi manca di fare a piedi con la valigia e la ventiquattrore almeno quattrocento metri di marciapiede, giacché la prima classe è sempre in coda, a dribblare la gente che è scesa dalle carrozze più avanti alla mia. Meno male che le ruote della Samsonite funzionano a meraviglia, cosicché la fatica di fare scorrere la valigia è poca, mentre il nervosismo è molto, in specie al pensiero che la persona che dovrà accompagnarmi sia ad attendermi come convenuto. E infatti, proprio dove la banchina ferroviaria si congiunge con il grande salone degli arrivi, riesco a incontrarlo. Dato che lo avevo conosciuto al telefono, gli avevo accreditato un altro fisico. È di media altezza, molto stempiato sebbene non dimostri più di trentacinque anni, pallido in volto e nelle mani che mi svelano che, malgrado il sole cocente di questa estate a Roma, non deve stare molto all’aperto. Porta gli occhiali da vista che mettono in bella evidenza due occhi cerulei appena ombreggiati da sopracciglia quasi glabre. Non è vestito molto bene. Su un paio di pantaloni grigio topo indossa una giacca a quadrettoni verdi e azzurri. Non porta la cravatta e la metà sinistra del colletto della camicia bianchiccia è afflosciato. L’impressione, malgrado la delusione di essermelo immaginato diverso, è buona, subito stemperata però dall’insistenza di volermi portare la valigia. Dice di abitare nei pressi e mi fa strada verso casa sua. Già, non ti avevo detto che gli accordi prevedevano di alloggiare nella casa di Giovanni, questo il nome del mio accompagnatore, per evitarmi il disagio dell’albergo. Io non me l’ero sentita di insistere facendo rispettosamente presente che negli alberghi mi sono sempre trovato bene, per non contrariare quell’assistente di un politico molto importante che mi ha convocato per conferirmi un incarico particolare. Non so ancora di cosa si tratti esattamente, ma pare che io debba redigere un libretto per conto della sua coalizione politica, ora all’opposizione, visto che proprio l’onorevole ha letto un mio libro appena uscito, apprezzandone moltissimo sia il contenuto che il mio modo di scrivere e visto che avevo manifestato proprio a Giovanni in occasione di una telefonata che avevo ricevuto a casa, che se ce n’era bisogno…