di  Gianfranco Menghini

I mandarini

Romanzo

Oggi in Italia ben cinque milioni di persone campano egregiamente con la politica. Siano essi deputati nei due rami del Parlamento che consiglieri regionali, provinciali, comunali, impiegati di partito, portaborse o semplici galoppini. Considerata la natura umana, seppure la maggioranza di loro sia sana e onesta e un’esigua minoranza vocata alla politica per il bene della patria, una buona frangia, invece, vive di proventi illeciti dovuti alla corruzione.

I protagonisti di questo romanzo, però, sono border-line, essendo riusciti ad occupare scranni importanti e molto redditizi, avendo sfiorato le leggi penali o essendo riusciti a mettersene al riparo per tempo. Arrivando a occupare posti importanti in grandi aziende a livello nazionale, pur non avendo né arte né parte, intascando delle prebende-stipendi annuali che un umile operaio non si sognerebbe di guadagnare nemmeno in un’intera vita lavorativa.

Questi personaggi, sebbene frutto della fantasia dello scrittore, sono quelli che una volta venivano definiti, per un guizzante spunto dalla millenaria storia cinese, I MANDARINI, cioè i moderni politicanti, chissà invece per quale combinazione o segno astrale abbia influito sul cervello del popolo italiano a convincerlo a conferire loro tutto quel potere.

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UNO

“È irragionevole. Non posso accettare che nostro figlio intraprenda quel tipo di carriera. Mi aspettavo che seguisse la mia.”
“Lo so, caro. Ma non ti pare che Carlo in questa maniera possa coronare la sua vocazione? Già da piccolo…”
“Macché vocazione! Mica vuole fare il prete. Non vorrei ripetere la stessa cosa, ma nostro figlio da quasi tre anni ha seguito i miei insegnamenti con un notevole interesse per continuare la mia opera.”
“Opera, opera, Michele! Ne parli come se tu fossi chiamato a creare qualcosa per il bene dell’umanità. Non ti pare di esagerare?”
“Be’, non intendevo questo,” rispose il marito, mordendosi la lingua. Si era lasciato prendere dall’enfasi.
Ma poi, perché doveva incaponirsi a che suo figlio continuasse il suo lavoro? Lui era uscito indenne da sconvolgimenti politici e bellici, cui aveva partecipato come vittima, dato che non aveva l’età adatta. Era nato in un periodo in cui il regime l’aveva già iscritto nelle liste dei futuri balilla e quando era scoppiata la guerra, aveva appena sei anni, giusto il tempo per iniziare a frequentare la scuola. Che si era più volte interrotta. E poi, a morsi e a bocconi l’aveva ripresa e, nel cinquantaquattro si era iscritto alla facoltà di architettura ottenendo, nei termini prescritti dato che viveva a Roma – la più importante sede universitaria del tempo – la laurea con un punteggio di eccellenza. E, dato che per la ricostruzione di un’Italia martoriata e sconfitta c’era bisogno di edificare, non gli era mancato il lavoro. E lui, indefesso ed entusiasta, si era fatto onore, oltre a crearsi una certa ricchezza che, incaponito, non aveva mai voluto ammettere fosse tale, considerandola solo agiatezza. Un palazzetto di dodici alloggi signorili in zona Boccea, costruito sulle fondamenta di un villone di un ex caporione fascista, sventrato dalle bombe, con materiale sia nuovo che di recupero e sei appartamenti sparsi nel centro di Roma, acquistati per cifre miserevoli da personaggi un po’ troppo coinvolti con le allora fortune del governo mussoliniano e che, giocoforza, si erano dovuti allontanare più in fretta possibile dopo l’otto settembre per imboscarsi in certe bande che si facevano passare come facenti parte della Resistenza. Resistenza, sì, ma alla nascente democrazia. Vendicandosi degli espropri con gente innocente, taglieggiandola.
Ora che si approssimava il momento di ritirarsi per godere quello scampolo di vita che gli rimaneva da vivere, delle grazie di una moglie un po’ troppo trascurata, lasciando tutto in mano al suo unico erede, che forse meglio di lui avrebbe fatto progredire gli affari, suo figlio aveva deciso, invece, di intraprendere la carriera politica.
‘Ma è una carriera, quella?’ Michele si era più volte chiesto. ‘Non piuttosto un modo per barcamenarsi nella vita come costoro che non sono riusciti ad avere dei risultati appena sufficienti nella loro attività, sempre che ne avessero una, perché da quello che mi risulta, la stragrande maggioranza non ha mai fatto nulla se non il galoppino per anni di qualche mediocre personaggio politico appena arrivato a occupare una ben remunerata poltrona.’
Era un suo chiodo fisso e ne ragionava tra sé innumerevoli volte, convincendosi che suo figlio doveva estrinsecare la sua intelligenza, poiché – parola d’intenditore – intelligente lo era davvero e per avvalorare questo riconoscimento ammetteva pure che lo era più di lui stesso, avendo Carlo preso dalla madre cui, inoltre, assomigliava nei tratti del viso. Nondimeno la sua cultura. Era sempre stato molto bravo a scuola tanto che si era iscritto all’università proprio ad architettura – mannaggia! – un anno prima del previsto e ora, dopo tre anni, con un libretto che segnava innumerevoli trenta, voleva ricominciare da capo con la facoltà di scienze politiche. Fortuna che l’ateneo gli aveva riconosciuto due anni, cosicché tra altri due otterrebbe la laurea, andando a dedicarsi a tempo pieno alla politica. Eh, sì perché già dall’ottenimento della maturità liceale, senza che lui fosse riuscito a impedirglielo, bazzicava con un gruppetto di amici, tutti di sinistra – naturale, no? – una specie di loro cenacolo, con l’ambizioso progetto di fondare un piccolo partito. Uno dei tanti cespuglietti di cui l’Italia seria potrebbe fare a meno. L’unica originalità del consesso essendo quella dell’età: una media di all’incirca ventitré anni. E, come i Moschettieri, visto che erano tre e ultimamente se n’era aggiunto un altro. Un D’Artagnan tipico, poiché sbruffone come il personaggio guascone, dimostrò subito di esserlo quando suo figlio glielo presentò. Non di certo portandoglielo a casa come si fa con un’improbabile fidanzata, ma Michele ebbe quella ‘magnifica’ occasione una volta che si trovò a incrociare i quattro mentre uscivano dal bar che frequentavano di solito e lui che, invece, del tutto affannosamente cercava di raggiungere l’autobus che l’avrebbe portato a casa. Che in quell’occasione, ovviamente, perse.
“Vieni babbo, che ti offriamo un aperitivo,” gli fece suo figlio, usando quell’espressione cameratesca che non gli conosceva. “Intanto ti presento Marcello, che ha deciso di darci una mano.”
A Michele l’idea di bere un aperitivo non andava giù troppo bene. Non era abituato a bere alcool a digiuno né, in alternativa, avrebbe ingurgitato un aperitivo non alcolico che sembra uno di quei liquidi colorati che usano i bambini quando giocano al piccolo chimico. Tuttavia, gli sconfinferò l’idea di conoscere un po’ meglio il quarto moschettiere. Il quale, per l’appunto, mentre bevevano concionava pari pari con frasi pronunciate e scritte dai vari media. Nel frattempo, Michele si guardò bene di dire qualcosa, ma li lasciò esprimersi in libertà. E che libertà, cavolo! L’ultimo arrivato continuava a parlare come se si trovasse ad Hyde Park Corner a declamare una concione, interrotto di tanto in tanto da una pacca scherzosa che uno dei tre gli dava sulle spalle per invitarlo amichevolmente a contenersi. E suo figlio a dirgli confidenzialmente in un orecchio: “Non farci caso babbo…