di  Gianfranco Menghini

Immagine di donna

Romanzo

Oltre ai frutti della terra, può capitare che la campagna faccia sbocciare una rosa sotto forma di una fanciulla la cui bellezza e perfezione rappresenti un termine di paragone nell’empireo femminile, laddove è prassi comune considerare una donna bella un essere poco dotato di intelligenza. Rita ne è un campione. Raro e molto prezioso. Se ne accorge di primo acchito il professor Oreste, seppure da una posizione sfavorevole. Consorte di una donna molto ricca quanto poco attraente che presto abdicherà alla sua posizione di amante, lasciando il marito libero di servirsi altrove.Non lo farà con Rita, tutt’altro. Novello pigmalione dell’era mussoliniana in una Roma del 1928 drappeggiata in orbace, approfitterà della sua acuta intelligenza impartendole quegli insegnamenti atti a renderla libera di tratteggiare il suo futuro. Che si presenterà, purtroppo fosco e pieno di insidie.Ne approfitterà, più del professore, l’ineffabile François che riuscirà, ma per poco, a tenerla al guinzaglio, ma poi Rita, capito al volo il tranello, ne trarrà un vantaggio. Di cui, però sarà per ben due volte vittima, come ulteriore prova che l’intelligenza, anche la più acuta, non è affatto sinonimo di furbizia.Sarà prima un grande pittore e poi lo stesso François, a risolvere il problema dell’esistenza di Rita e del nascituroIl poi è tutto da seguire, leggendo questa storia che esce dai soliti schemi letterari.

LEggi estratto del libro

CAPITOLO PRIMO

Per ben tre volte aveva tentato, ma non era mai riuscita a farlo. La piccola Rita, pur avendone avuta una grande determinazione, aveva trovato sulla sua strada difficoltà mai supposte e quando si era trovata nel paesino di San Cristoforo, che nella sua immaginazione era una grande città, si era dovuta arrendere e, sebbene non indispettita, era tornata indietro a piedi come vi era arrivata, riflettendo che le condizioni incontrate non erano ideali per un viaggio senza ritorno come aveva sempre creduto. Fortuna aveva voluto che ognuna di quelle fughe si fosse svolta nell’arco di una giornata e che fosse ritornata a casa prima del calar del sole, così non aveva dovuto dare spiegazioni del perché si era assentata tutto quel tempo senza essere andata a curare l’orto e ad accudire alle starnazzanti galline, ai grugnoni maiali e ai silenziosi conigli, salvo la facile scusa del suo mai sopito desiderio di girare tra le bancarelle del mercato di San Cristoforo, distante da casa sua quasi sette chilometri di strada polverosa.
La sorella, molto più anziana di lei, le aveva fatto da madre da quando quella naturale era morta cinque anni prima – il loro amatissimo padre era deceduto da oltre dieci anni per un gravissimo incidente – non la redarguiva pesantemente, salvo prenderla in giro per quella sua innocua mania di volere uscire a ogni costo dalla monotonia della vita di campagna.
Campagna che era bellissima con le sue irregolari pianure, intervallate qua e là da dolci declivi e spaccata in due da rocce strapiombanti in un antico alveo di un fiume millenario chiamato Gora, ridottosi ormai a niente di più di un placido torrente che, dopo avere fertilizzato e rese opime le terre renose che bagnava, andava a riversarsi verso sud nell’ampia ansa che il fangoso Tevere formava un centinaio di chilometri di là prima di andare a dividere in due la città di Roma.
La giovane non aveva la cultura maturata a tal punto da poter apprezzare quelle bellezze naturali in cui aveva fino ad allora vissuto. Le vigne ben curate che scendevano dolcemente a valle, il frutteto di pesche e di albicocche che in primavera esplodeva in un verde frondoso né il campo dei noccioli con le tenere foglie verde pastello e neppure il magnifico orto ricco di insalate e di tutto quel ben di dio che il marito di sua sorella vendeva settimanalmente al mercato di San Cristoforo, riportandole ogni volta un piccolo regalo.
Nella sua giovane mente senza alcuna esperienza di vita, la cosa più bella era il breve serpentello nero che passava ogni mattina, snodandosi nella lontana pianura opposta oltre la spaccatura dell’altopiano, con sofferti sbuffi di un fumo denso e nero che rimaneva a galleggiare sui campi al suo passaggio nelle chiare giornate senza vento, fino a che il treno non scompariva nel breve orizzonte, già ocra di messi mature.
Abitava in una casa ombreggiata da tre grandi mandorli nel lato che dava verso il tramonto, da un vasto pergolato al centro e da un fico antico che aveva affondato profonde radici lungo il bordo del terrapieno contornante il muro di cinta dalla parte che volgeva a oriente. La ragazza lo vedeva dalla finestra della sua cameretta al piano rialzato e ne sentiva il profumo già all’inizio della primavera. Un odore acuto che, con il progredire della bella stagione, sapeva sempre più del latte appiccicoso dei fichi non ancora maturi. L’aveva piantato suo nonno ormai novantenne, settant’anni prima, alla vigilia della sua partenza come emigrante nelle lontane terre americane.
Il vecchio sedeva quasi tutto il giorno sulla poltrona impagliata davanti al grande camino a fumare e, quando arrivava l’estate, le nipoti gliela trasferivano sotto il pergolato da dove poteva osservare tutta la campagna intorno.
Le raccontava sempre qualcosa della sua vita vissuta in paesi esotici, quelle rare sere che si ritrovavano al fresco sotto la brillante luce delle stelle e quella rossa, che rompeva il buio, del sigaro toscano che ogni poco si toglieva dalla bocca per alimentarne il fuoco. Rita si era sempre domandata perché il nonno lo fumasse tenendo sempre la parte accesa dentro il cavo orale e queste ingenue riflessioni l’avevano più volte distratta dal seguire il filo del racconto. Non eccessivamente interessante per lei, troppo giovane ancora, tanto da non sapere nemmeno quale mondo ci fosse intorno alla pianura, là dove tutte le mattine passava il trenino del suo più acuto desiderio. Invece sua sorella, assieme al marito e al figlio, lo ascoltavano rapiti, anche se il vecchio aveva già riferito loro quelle narrazioni, ma in maniera più succinta, cosicché la seconda e, soprattutto, le innumerevoli altre volte che le raccontava, risultavano sempre più avvincenti per alcuni particolari che via via gli tornavano alla memoria. Non potevano essere invenzioni perché la fantasia di un uomo di novant’anni non aveva più le ali per volare, bensì si era rattrappita come il suo corpo che ancora portava a spasso sebbene incurvato come i tronchi inclinati delle querce più esposte ai venti. Erano solo frammenti di ricordi che gli galleggiavano nella mente e con il narrare riusciva a catturarne alcuni, come si fa con la schiumarola per raccogliere gli ultimi batuffoli di frittura dalla padella.
La sorella esortava Rita a essere più attenta, suggerendole che quelle cose che il nonno stava raccontando, le sarebbero state d’insegnamento, visto che di quello ne aveva avuto ben poco. Aveva appena imparato a leggere e a scrivere, ma lo faceva ancora compitando le lettere per mettere insieme una parola.
In campagna non c’erano scuole né aveva frequentato regolarmente quella elementare di San Cristoforo, quand’era più piccola, con una certa regolarità. Solo i primi tre anni, approfittando…