di  Gianfranco Menghini

Impunito

Romanzo

Pescecane o, meglio, caimano, lo si diventa quando l’ambizione, l’aggressività di vivere, i torti subiti anche indirettamente, incidono profondamente nella psiche di un soggetto forte e consapevole del suo destino. Se poi costui, in una certa misura, si sente pure sciamano, ecco che nasce il personaggio del giovanissimo Massimiliano (Max) Seleni. Il quale, obbligato a vivere una vita di stenti in un paese che non offre alternative se non quella di fare il garzone di panetteria effettua, quasi inconsapevole, il suo primo furto che gli consentirà di prendere un treno per arrivare nella mitica Milano. Una Milano del dopoguerra in fase di ricostruzione dove chiunque abbia l’ambizione di crescervi, riesce a coronare, almeno in parte, i suoi sogni. Quello di Max, al momento, è abbastanza modesto. Riuscire a raggranellare un gruzzolo tale da aiutare la famiglia indigente con l’acquisto di una casa, dato che hanno sempre vissuto in una topaia-magazzino e, per lui, aprirsi la strada del successo. A raggiungerlo, però, dovrà affrontare insidie e accettare compromessi anche con la mala napoletana. Lo aiuterà un provvidenziale amico, che diventerà per lui più di un fratello maggiore: Marcello. Assieme affronteranno prima un duro lavoro di trasporto materiale da costruzione, poi eserciteranno il contrabbando di sigarette dalla Svizzera, venderanno il camion e con il ricavato, dato che i due amici fanno cassa comune, otterranno con il ricatto l’acquisizione di una palazzina a un prezzo ridicolo e, infine, con la sua vendita a dieci volte il prezzo pagato, il grande affare: la cessione da parte del comando USA di una bella nave militare da trasporto, che con il tempo e con l’aiuto del bravo agente marittimo, Amilcare Barca e di Salvatore, un ufficiale della marina mercantile, trasformerà Max in un ricco armatore, seppure il suo carattere venga massicciamente indurito per la perdita del suo caro fratello, ucciso proditoriamente in una sparatoria ordinata dal guappo napoletano Rocco Prevete, loro accolito nell’operazione tangentizia. Cui Max non perdonerà mai quel misfatto e per contrappasso ne sposerà la bellissima sorella. Divenuto ricco a miliardi, troverà la maniera di mettere in atto quello che si era proposto molto tempo avanti e per un capriccio di sessantenne in fregola, vende tutte le sue navi e si getta nell’agone della politica, arrivando a diventare capo del governo, affiancato da esperti, che gli saranno amici fintanto non sarà…

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PRIMO

Quegli enormi casamenti popolari, quel lungo stradone che taglia il paesone di provincia in modo talmente serpeggiante tanto che, pur essendoci nato, qualche volta vi si era momentaneamente perso, quel girare a vuoto per le antiche strade, gli dava la nausea. Come si poteva vivere in un mondo simile? Pieno di fracasso per i mezzi a motore più eterogenei e semidistrutti, per certi pedoni e ciclisti egocentrici che pur di arrivare a destinazione non si peritano di urtare il prossimo né di fare strada a chi ne ha il giusto diritto e, infine, quell’ostilità verso la gente sconosciuta dovuta a una diffidenza che rasenta l’egoismo e la superbia, gli infondevano un’accentuata rabbia che, se avesse potuto, li avrebbe eliminati tutti dalla faccia della Terra.
Ma perché doveva vedere il mondo sotto l’aspetto negativo? In fin dei conti era giovane e pieno di promesse e, di solito, alla sua età non si è, come un uomo che abbia superato la mezza via il quale, se non proprio giustamente dotato dalla nascita, si disincanta. Max no, giacché sembrava che madre natura gli avesse donato quell’istinto da sciamano, laddove lo stregone legge negli occhi degli uomini il loro destino, mentre lui aveva acquisito la facoltà di vedere il suo futuro, piuttosto scuro al momento, in quel paese dove aveva da sempre vissuto.
Doveva andarsene e, al più presto. Ma come fare? Non aveva una lira né possedeva alcunché, nemmeno una catenina d’oro che tutti i ragazzi indossano, ricordo tangibile di uno di quei sacramenti religiosi a cui vengono sottoposti lungi dalla loro volontà. Se l’avesse posseduta, forse vendendola al sor Mario, quel piccolo gioielliere del suo quartiere, un tipo che non si faceva scrupolo di ricettare monili anche di dubbia provenienza, avrebbe avuto quel tanto da prendere un treno e arrivare in una grande città e là, di sicuro gli sarebbe stato facile trovare un lavoro qualsiasi e raggranellare la somma che gli serviva per arrivare dove si era imposto e, a forza di volontà e di sacrifici, crearsi quell’avvenire cui si sentiva destinato.
In tutta la sua breve esistenza – appena diciannove anni – pur vivendo nell’indigenza causata dalla guerra recente, si era sempre comportato degnamente. Seguiti e superati gli esami fino all’ottenimento dell’agognato, per il padre, titolo di scuola media, non avendo risorse, si era arrangiato con cento lavoretti che lo avevano reso indipendente dalla richiesta ai genitori di quegli spiccioli di cui tutti i ragazzi della sua età hanno bisogno. Del resto, anche se li avesse chiesti, suo padre non sarebbe stato in grado di darglieli, percependo solo lo stretto necessario per mangiare perché, per fortuna, quella specie di abitacolo che era l’alloggio dove vivevano in tre, era di loro proprietà, rimasuglio di un’agiatezza d’anteguerra. C’era qualcosa che lo rendeva irrequieto, come di un essere che durante la gestazione avesse subito un’influenza astrale e, se non quella, in un’altra maniera misteriosa fosse stato prescelto come recettore di un carattere estroverso di un uomo passato a miglior vita da non troppo tempo, poiché il suo pensare era piuttosto moderno, anzi, precorreva il futuro.
Ed era quella visione che gli infondeva il fremito e l’acuto desiderio di trovarsi altrove, come accade in certi animali della specie delle anguille e dei salmoni. Solo che per quelli vale l’istinto, non rendendosi conto che vanno a morire, mentre in lui poco era l’istinto e molto il raziocinio. Per cui doveva trovare i mezzi per potersi garantire un viaggio e arrivare in quel posto, ancora misterioso, che avrebbe rappresentato il punto di partenza della sua ascesa.
Il luogo dove aveva fino ad allora vissuto mal si prestava a fargli guadagnare il denaro sufficiente ad andarsene per sempre, salvo accettare il posto di garzone-panettiere dal sor Mazzeo, il quale lo avrebbe assunto a tempo indeterminato, con salario a fine mese, salario che sarebbe stato costretto a consegnare al babbo. Quindi, soluzione non accettabile, poiché quella poca parte che suo padre gli avrebbe lasciato non sarebbe servita allo scopo e, infine, un mese di attesa sarebbe stato troppo. Sentiva l’impellenza di partire al più presto. Una voce insistente come di un segnale di allarme che lo urgesse addirittura, la notte appena trascorsa, lo aveva svegliato. Si era alzato dal letto e recato in cucina ad affaccendarsi per le abluzioni mattutine e, una volta vestito, si era chiesto perché aveva fatto tutte quelle cose alle quattro di mattina. Benché fosse stato attento a non fare il minimo rumore, sua madre si era destata e, appena uscita dalla minuscola camera, lo aveva sorpreso già abbigliato di tutto punto.
“Cosa fai, dove vai, ti pare questa l’ora?” disse, sussurrando questo improbabile rosario, come non dovesse aspettarsi una risposta.
“Ho un appuntamento…” cincischiò il giovane.
“Vai dal sor Mazzeo? Ma così vestito… non mi sembra…” Lui le replicò, approfittando che lei era ancora annebbiata di sonno: “Mi dà lui il grembiule e i calzoni.”
“Ah, già!” borbottò la donna, arruffandosi i capelli e, senza niente aggiungere, gli fece un segno di assenso e se ne ritornò a letto.
Max, diminutivo di un nome altisonante che suo padre aveva imposto alla moglie il giorno dopo la sua nascita, nell’illusione che il figlio fosse il degno erede di tanti suoi sogni di…