di  Gianfranco Menghini

La vita incompleta

Romanzo

Un chiaro esempio questo ne “La vita incompleta”, di dire tutto l’insieme che compone questa storia che si presenta come specchio della personalità dello scrittore. Catturando gli stimoli della realtà del mondo degli uomini, con un linguaggio limpido, particolarmente espressivo nel narrare le vicende del protagonista, non più giovane scrittore, sposato ma già pronto a una separazione, innamorato di una donna di età molto inferiore. Una storia che si muove in una bipolarità di sentimenti chiusi nelle sporadiche luci e nelle immancabili ombre dell’esistenza, e che per una di quelle cause che si chiamano “misteri divini”, sfocia poi nel male fisico. E nel limbo delle disperazioni silenziose, quando le speranze evacuano dal cielo per disperdersi in chissà quale strano universo…

Per il protagonista perdere la sua “virilità” proprio nel momento in cui sente il bisogno fisico di possedere una donna, è sicuramente un trauma, ma non un dramma. L’autore spazia in una variegata mescolanza di situazioni, si libra con sicurezza e abilità nel cerchio delle parole, importanti pedine del campo letterario.

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UNO

Per rendersi meglio conto di quanto un’isola sia bella, bisogna attendere l’autunno. Non come quel detto comune che spesso gli scrittori usano per descrivere il mutare della stagione attraverso i colori dorati delle foglie morenti, né quelli più stemperati della natura assonnata che accarezzano l’occhio abituato a vederli nel fulgore del sole estivo, ma semplicemente perché, trattandosi di un luogo di villeggiatura, i turisti l’hanno lasciata per fare ritorno alle loro tristi brume. La fine della confusione nei paesi, degli assembramenti nei luoghi d’interesse, dell’affollamento sulle spiagge e, soprattutto, del traffico caotico su strade concepite per la sola popolazione stanziale, ridanno la voglia di andare a passeggio e, facendolo, cogliere la seppur minima sfumatura del paesaggio forzatamente trascurato durante l’estate.
Tullio si era incamminato sulla strada che porta all’Enfola. Prima di rientrare a Milano, di lì a due settimane, si era prefissato di fare una passeggiata di qualche chilometro a piedi, circa un’ora di cammino ogni giorno, per sopperire alla vita sedentaria impostagli dal suo mestiere di scrittore. Un lavoro, quello, che aveva scelto da quando aveva lasciato il suo impiego di incaricato di affari di una grande azienda internazionale che lo vedeva sempre in viaggio a un capo all’altro del mondo. Troppo pericolo su quegli aerei affollatissimi sui quali era facile che uno squilibrato combinasse un guaio. Con l’esperienza che si era fatto in oltre un migliaio di ore di volo, quando all’imbarco sull’aereo vedeva certe facce, viveva la media delle dieci ore di viaggio se non con angoscia, perlomeno con il timore che da un momento all’altro succedesse qualcosa di grave, per cui stava sempre in allerta, pronto a scattare se per caso notava qualcosa di irregolare. Fortunatamente non gli era mai successo niente, sebbene per alcuni grossi aerei caduti non ci fosse mai stata la spiegazione precisa di cosa avesse causato l’incidente, come il famoso volo Egyptair sparito in fondo all’Atlantico con i suoi circa trecento occupanti. Per quello della TWA caduto al largo di Long Island, i tecnici avevano affermato si fosse trattato di un difetto dovuto alla vetustà del serbatoio del cherosene nella pancia dell’aereo, ma lui non se ne era mai convinto. Soprattutto da quando alcuni terroristi avevano fatto precipitare il jumbo della Pan American su Lockerbie, in Scozia che, oltre al mai abbastanza sopito rimpianto per la perdita di vite umane, era stato causa anche del fallimento della compagnia aerea. All’incirca la stessa cosa accaduta all’Itavia, accusata ingiustamente di far volare aerei privi dei necessari controlli tecnici, quando invece quel DC9, con tutto il suo prezioso carico umano, era stato abbattuto da un aereo militare. Di quale nazionalità? Nemmeno i posteri lo sapranno. In tutto, quasi mille morti che, anche se distribuiti nel tempo, rappresentavano un’ecatombe.
A cinquantacinque anni, in ottima forma tanto da dimostrarne almeno dieci di meno, aveva preferito ritirarsi con una discreta pensione di anzianità e, con i versamenti volontari presso un’assicurazione francese, che non aveva mai interrotto per quasi un quarto di secolo, da un anno gli veniva bonificato anche un cospicuo mensile su un conto bancario a Nizza. Per quanto fosse del tutto legittimo, non voleva si venisse a sapere che godeva di due pensioni. Quindi, nessuna preoccupazione economica, salvo gli imprevisti che si devono affrontare nella vita.
Da quattro anni si dedicava a scrivere romanzi sulla base di una solida preparazione culturale e delle numerose esperienze vissute in molte parti del mondo, compreso l’Italia. Ne aveva già terminati quattro e, ingenuamente, li aveva inviati ciascuno a un editore diverso, il più educato dei quali, ovviamente senza neppure leggerlo, gliel’aveva rinviato. Dagli altri, neppure un cenno. Cosicché, preoccupato che non l’avessero ricevuto, si era fatto scrupolo di telefonare ricevendo supponenti risposte da segretarie-cerbero che, come fosse un copione uguale per tutte, gli avevano ripetuto: ‘Il suo romanzo non rientra nella nostra linea editoriale e non possiamo rinviarglielo. Figuriamoci, con tutti i manoscritti che ci pervengono ogni giorno… se vuole, se lo venga a ritirare a Milano Torino Roma Venezia perché, passati tre mesi, lo mandiamo alla discarica. Si era sempre domandato se le segretarie di redazione delle case editrici avessero sentimenti umani.
Di natura paziente, ma dotato di una tenace forza di volontà, non avendo l’impellenza di trarne un guadagno, continuava a scrivere. Troppe cose da raccontare e tanto tempo a disposizione.
La costa nord dell’Elba era un incanto in quella giornata solare. Il leggero vento di maestrale, oltre a ridurre la temperatura, aveva ripulito l’aria di quel pulviscolo accumulatosi durante la stagione estiva, scaricato da decine di migliaia di autovetture che l’avevano percorsa in ogni parte come rondoni a caccia di insetti.
Tullio camminava a passo spedito, tutto assorto nei suoi pensieri, ma appena si interruppe il muro di fitte siepi che i proprietari delle ville avevano fatto crescere per salvaguardarsi da occhi indiscreti, gli si aprì dinanzi lo stupendo panorama del golfo che da Capo Bianco va fino alla punta dell’Enfola, alla cui estremità si stagliava nitida, nell’inconfondibile orizzonte di un mare blu cupo in contrasto con il cielo celestino, l’arida isola di Capraia e, sulla destra, gli aspri picchi biancastri delle Alpi Apuane e via via, volgendo lo sguardo a oriente, il paesaggio che diveniva sempre più piatto fino allo sprone rotondo di Populonia.
Preso da quell’incantamento, Tullio si rimise in cammino guardando ancora il paesaggio marino. Aveva visto sì, con una rapida occhiata, una persona che correva al contrario del suo senso di marcia, ma pensato che, tenendo lui la destra, quella, incrociandolo, lo scansasse.
E invece, non riuscì a evitare che gli finisse addosso.