di  Gianfranco Menghini

Per una strana magia… all’alba

Romanzo

In Corsica una scarsa minoranza rivendica l’indipendenza dalla Francia, una propria lingua e un proprio modus vivendi. Osteggiata dalla maggioranza della popolazione completamente e convintamente integrata con la madrepatria. Questo romanzo mette in evidenza certe situazioni e anomalie, che hanno avuto riscontro nella realtà negli anni 90.
La storia inizia con l’arrivo in Corsica di una piccola equipe formata da un anziano giornalista, un fotografo e due splendide modelle per un servizio fotografico. Il protagonista principale è il giornalista che, per strani influssi ricevuti da un’entità extra-terrestre nel bosco in un’alba che non si può non definirsi magica, diventa il paladino della parte buona del popolo corso che si sente francese e non vuole assolutamente l’indipendenza dell’isola come alcuni gruppi di facinorosi pretendono, volendo forzare a questa decisione il governo centrale con attentanti e uccisioni. Si troverà trasformato da uomo vizioso, cadente nella vecchiaia, in uno molto più giovane, ardente di passione, oltre che nei confronti delle due belle modelle, anche in favore della tranquillità dei corsi francesi. Sarà pure insensibile ai colpi di arma da fuoco, con il pensiero riuscirà a trasferirsi da un luogo all’altro e nello spendere il denaro se lo ritroverà aumentato nel portafoglio…
Avventure mozzafiato negli splendidi paesaggi dell’isola della bellezza con un finale da libro del mistero.

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CAPITOLO PRIMO

Dovevo immaginarmi subito che quegli strani cristalli, levigati fino a riflettere anche il minimo lucore e variegati di una miriade di colori, non potevano non rappresentare qualcosa di magico o comunque di cosa non riscontrabile in natura o, perlomeno, di cui non avevo mai avuto una benché minima conoscenza. Le loro forme di parallelepipedi con la punta pentagonale rivolta all’insù, mi misero in allerta tanto che, pur incuriosito nel vederli conficcati tutti e tre ai piedi di una quercia secolare in quel mare di abeti e di pini i cui tronchi svettavano dritti come fusi verso un cielo appena dorato dalle prime luci dell’alba, rimasi fisso a guardarli, affascinato dal modo in cui sfruttavano ogni pur piccolo barlume di luce e da come lo trasmettessero, inviandomi lame luminose e carezzevoli a rischiararmi la faccia, come se volessero invitarmi a coglierli o, perlomeno, a toccarli.
Avevo ancora le idee confuse e non riuscivo a ben connettere su quello che mi era accaduto la sera prima. Di una cosa ero certo: avevo dormito in quell’immenso bosco nel silenzioso sibilar di fronde, su un giaciglio fatto di un mucchio di aghi di pino, bruni e crocchianti. Ero solo, arrabbiato ma, soprattutto, intimorito che un animale selvatico potesse approfittare del mio sonno. Sonno che avevo combattuto per gran parte della notte, rimuginando i miei pensieri più foschi, ma che mi aveva vinto quando, stanco e sfiduciato, mi ero raggomitolato sotto un trittico di alberi, stranamente cresciuti uno accanto all’altro in maniera da formare un’improbabile barriera che mi aveva dato l’illusione di essere protetto almeno alle spalle. Mi ero ripromesso di stare all’erta, tenendo gli occhi chiusi con l’intento di riaprirli ogni due minuti per dare un’occhiata tutt’intorno prima di chiuderli di nuovo. Ma quell’esercizio, se ben mi ricordo, aveva avuto una breve durata, poiché alla fine non ero più riuscito a riaprirli, piombando in un sonno pesante e senza sogni.
Pur distratto da quell’insolita visione, mi stavano riaffiorando alla mente gli ultimi avvenimenti a ritroso nel tempo, come una moviola cinematografica che mi proiettasse le immagini, tornando velocemente indietro.
Il luogo dove mi trovavo faceva parte della foresta che dal Col di Vergio scende ripidamente al mare e si estende a perdita d’occhio, in un ammasso di infinite volte verdi, aguzze e rotondeggianti, fino all’indistinguibile golfo della Girolata.
Ero arrivato in Corsica quella mattina stessa, accompagnato dal mio amico fotografo e da due splendide modelle, per effettuare un servizio fotografico per conto di una rivista femminile che, oltre a trattare moda, illustrava ogni settimana una nuova destinazione di vacanze.
Ed io, da giornalista giramondo quale sono stato e, soprattutto, per la passione che ho sempre provato per questa splendida isola e verso parte dei suoi abitanti conosciuti anni addietro, tra i quali contavo alcune stabili amicizie, ero stato invitato a unirmi al terzetto, ufficialmente per scrivere un buon pezzo da mettere di contorno alle splendide foto che avrebbe fatto Giorgio, ma in effetti più per fare da guida in una zona che conoscevo a menadito.
“Va là!” mi aveva detto amichevolmente Marisa, la direttrice della rivista, “andrai a divertirti e te la spasserai con quelle belle figliole. Ti sei sempre lamentato di non essere mai riuscito a prenderti una vacanza e questa volta ti offro l’opportunità di farla nella tua isola preferita. Tutto pagato e con un cachet di dieci milioni che, per soli sette giorni, non mi pare poco…”
“Ma se sono appena tornato dalla Cina…” avevo obiettato, in modo però poco convincente. L’offerta era allettante; per di più avrei fatto un ampio giro per la Corsica con Giorgio, diventato uno dei miei migliori amici dopo tre lunghi viaggi per altrettanti reportage, che avevano fatto abbastanza scalpore in tempi in cui in Italia molti nemmeno sapevano della malnutrizione di intere popolazioni e dell’abbandono, con conseguente sfruttamento, di milioni di bambini.
Anche per il mio amico, quello avrebbe dovuto essere un viaggio premio simile al mio, dopo aver rischiato la vita con una troupe di austriaci in una spedizione in Amazzonia dimostratasi, contrariamente alle previsioni, più pericolosa del previsto.
L’umidità della notte mi fece scricchiolare le giunture quando tentai faticosamente di alzarmi e dovetti appoggiarmi a un albero, scivolando di poco sul tappeto di aghi di pino e andando a sbattere leggermente la testa contro la scorza sugherosa del tronco, che mi fece cadere gli occhiali.
Già! Dovevo mettere in conto che, come uomo, non ero più un granché. Cinquantotto anni, mal portati per di più e con la vista che non metteva più a fuoco da vicino. Anche quella era stata una delle ragioni perché la sera avanti me l’ero presa con Giorgio, uscendo dalla piccola locanda nella quale avevamo preso alloggio, azzardandomi a inoltrarmi in quel luogo silvestre, grazie al caldo di metà luglio e della notte serena, per di più illuminata dalla Luna piena.
Di statura media, avevo però le gambe magre che mal sopportavano il peso di un corpo divenuto spropositato per il grasso e il ventre prominente, risultato evidente delle mie pessime abitudini alimentari. Da quando avevo smesso di fumare a quarant’anni, obbligato dal medico con l’avvertimento che, se non l’avessi fatto al più presto, mi sarei ammalato seriamente, avevo ripiegato sul cibo, di cui ero diventato un cultore godereccio dopo un’esistenza passata a piluccare. Mai che avessi fatto un pasto completo e addirittura, tra un assaggio e l’altro, accendevo una sigaretta. Il mio fegato doveva essersi ingrossato a dismisura e ogni minimo sforzo che facevo mi causava affanno. I capelli, che portavo lunghi da quando si erano abbastanza diradati, si erano incanutiti in maniera pure irregolare…