di  Gianfranco Menghini

Texel

Romanzo

Un urlo raccapricciante squarciò per brevi attimi le cortine della notte. Un tonfo sordo e poi tutto ripiombò nel silenzio di quel quartiere elegante situato a metà collina prospiciente la città. Né uno sbattere di imposte di qualche vicino svegliatosi al richiamo né un guaire lamentoso di un cane randagio, giacché in quella zona non ne circolano, ma solo un timido, spaventato miagolio di un gatto vagabondo sui tetti che, nell’infrattarsi nella sua frettolosa fuga in qualche pertugio, causò il lieve rumore di un embrice smosso. Poi, il silenzio. Quel silenzio ronzante avvertito anche nelle residenze signorili ubicate a debita distanza dal continuo traffico veicolare della città, che fa compagnia agli insonni, dando sfondo musicale ai loro pensieri. In lontananza, un ululare smorzato di qualche sirena faceva sembrare che quel grido avesse avuto l’effetto sperato, ma poi il brusio continuo si impadronì anche di quello.Un’alba dagli occhi pesti andò a insinuarsi frammezzo alle luci del cuore della città che lentamente riprendeva le pulsazioni di una giornata qualsiasi. Un ripetitivo giorno di metà settimana, il mercoledì, quando non c’è ancora speranza pensare al prossimo week-end, con nella mente lo sfumato ricordo di quello trascorso.Romanzo thriller con il classico colpo di scena finale, ma con qualcosa in più, giacché i luoghi dove si svolgono i fatti, pur non essendo specificati, si trovano in Europa. Quella centrale, fantasiosa, ma rispettosa delle regole. Qualcosa di simile alla futura Europa Unita oltre che dalla moneta, anche dalle leggi, dal governo e, soprattutto, dalla deontologia umana. Fantasia, certo, ma solo per ora.Il protagonista è un anziano commissario di polizia, il cui nome evoca in parte un eroe fumettistico, un po’ demotivato dal fatto che si rende conto di stare perdendo l’intuito e la freschezza intellettuale che lo hanno reso famoso per avere dipanato casi giudiziari che sembravano irrisolvibili. Uomo amante della pace nella tranquillità della sua villetta sul colle prospiciente il fiume dove tiene la barchetta per pescare in certe anse che, come tutti i pescatori gelosi delle proprie scoperte, conosce solo lui.Il caso in questione riguarda un facoltoso commendatore che gradisce essere sempre contornato da gente nuova, anche se non la conosce, nella sua immensa e lussuosa villa sulle alture della Capitale e, purtroppo, considerata la sua prodigalità e bontà nei confronti del prossimo, verrà ucciso dopo l’amatissima nipote e prima del fratello.In un colpo di scena inaspettato, il commissario Texel risolve il fatto criminoso, che gli comporta dover rimandare la sua messa in pensione, a richiesta dell’amico generale Gader, il quale gli concede un part-time per almeno sei mesi.

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UNO

Un urlo raccapricciante squarciò per brevi attimi le cortine della notte. Un tonfo sordo e poi tutto ripiombò nel silenzio di quel quartiere elegante situato a metà collina prospiciente la città. Né uno sbattere di imposte di qualche vicino svegliatosi al richiamo né un guaire lamentoso di un cane randagio, giacché in quella zona non ne circolano, ma solo un timido, spaventato miagolio di un gatto vagabondo sui tetti che, nell’infrattarsi nella sua frettolosa fuga in qualche pertugio, causò il lieve rumore di un embrice smosso. Poi, il silenzio. Quel silenzio ronzante avvertito anche nelle residenze signorili ubicate a debita distanza dal continuo traffico veicolare della città, che fa compagnia agli insonni, dando sfondo musicale ai loro pensieri.
In lontananza, un ululare smorzato di qualche sirena faceva sembrare che quel grido avesse avuto l’effetto sperato, ma poi il brusio continuo si impadronì anche di quello.
Un’alba dagli occhi pesti andò a insinuarsi frammezzo alle luci del cuore della città che lentamente riprendeva le pulsazioni di una giornata qualsiasi. Un ripetitivo giorno di metà settimana, il mercoledì, quando non c’è ancora speranza pensare al prossimo week-end, con nella mente lo sfumato ricordo di quello trascorso.
Come un satellite spia, di quei tanti, forse troppi, che se ancora non misurano i nostri passi, perlomeno sanno dove stai andando, poiché chiunque tiene in tasca l’immancabile telefonino, sorvolo a bassa quota, vincendo il disgusto di guardare certi tetti e terrazze sporchi e trasandati, una parte della città per andare a vedere cos’è successo nella zona residenziale da dove, qualche attimo prima, è provenuto l’urlo.
È un’elegante villa in stile fiorentino, abbastanza imponente per non essere notata nel contesto urbano. All’esterno è tutta in mattoni di cotto e il tetto, di embrici e coppi dello stesso materiale, ha il caratteristico aggetto che sporge di un metro, sostenuto da travi di legno in bellavista. Il piano nobile, poiché in quello sotto-tetto probabilmente ci sono le mansarde adibite, forse, a magazzino come una volta lo erano le soffitte dalle finestre ridotte a metà delle altre, è formato da ampi archi a tutto sesto, incorniciati da mattoni messi di taglio che aggettano di una buona decina di centimetri, sostenuti da svelti capitelli in pietra serena grigia dagli abachi sporgenti, che ombreggiano una vasta terrazza simile ai chiostri peripatetici delle abbazie benedettine.
E proprio in quella terrazza, ad appena un metro da una porta-finestra rimasta aperta, nel cui vano ondeggiano pigramente al lieve alito di vento, bianchi veli, c’è un corpo steso per terra. La sua posizione innaturale svela una caduta rovinosa poiché una gamba, scoperta fino all’inguine, è sghimbesciata e la camicia da notte semi-trasparente copre il viso, non impedendo però che folte ciocche di serici capelli del color dell’oro, ne spuntino fuori. Ma avvicinandomi con sgomento, mi accorgo che all’altezza della testa si è formato un lago di sangue, le cui più estreme orlature sono in procinto di rapprendersi sul bell’ammattonato di cotto lucido e, sul muretto di contenimento imbiancato a calce, ve n’è un grosso schizzo seccatosi come fosse un affresco.
Un taglio netto ma imperfetto ha reciso la carotide della donna – bellissima ancora seppure con i tratti del viso tesi e gli occhi dilatati per l’orribile spavento – causandone la caduta e la morte immediata.
Nessun’altra traccia intorno e nemmeno nell’ampia camera. Non una suppellettile rovesciata. Tutto in ordine, salvo il grande letto a baldacchino con coltri riverse quel poco da farne sortire la dormiente, svegliata di soprassalto e fatta alzare o fattolo di sua spontanea volontà, forse a causa di un rumore sospetto. Sul ripiano del comodino in massello stile fratino, una bella abat-jour accesa che ne illumina vivamente il lucido ripiano dove l’unica cosa posata è una scatola di Lexitres aperta dal lato da cui spunta un blister mancante di tre capsule e un bicchiere a fondo piatto di cristallo intagliato con un rimasuglio di un liquido incolore. Sui due ripiani inferiori, messi in fila per ritto, una serie di libri e solo uno, forse quello che la vittima aveva chiuso dopo averne letto qualche pagina, messo in piano: ‘La mort hereuse’ di Albert Camus, in lingua originale.
Dunque, per il momento tre sono le supposizioni logiche: la prima è che la donna s’è alzata da sola e, accesa la luce da notte, si sia incamminata verso la terrazza. La seconda: oltre a essere ricca vista la casa in cui viveva, era anche bilingue e la terza che aveva qualche difficoltà ad addormentarsi. Potrei considerare anche la congettura che volesse saperne di più sulla morte, dato che stava leggendo un libro il cui tema era la sua invocazione.
Ma è meglio che io proceda per gradi, senza trarne conclusioni affrettate. Sono un osservatore come un fantasma invisibile che non può comunicare con nessuno né conosco l’autore di tale efferato delitto. Efferato mi pare la parola giusta. Uccidere una così bella donna, di viso e di corpo, giovane per di più e nei cui occhi, solo a me che ne ho colto l’attimo fuggente, è dato concludere quanta voglia avesse ancora di vivere…