di  Gianfranco Menghini

Un marlin

per due

Romanzo

Andrea, un giovane milanese intraprendente, dietro suggerimento di un occasionale amico venezuelano in visita nella sua città, viene convinto a trasferirsi a Caracas e là, con mezzi abbastanza disinvolti, fa fortuna grazie alla complicità di una focosa amante. Conosce a un party e subito si innamora di Cecilia Cortès, figlia di un facoltoso banchiere legato strettamente al governo in carica.Ma ormai, coinvolto nel giro vorticoso di affari poco leciti, di cui tiene le fila la sua amante, Victoria Varela, moglie di un importante anziano finanziere molto amico del Presidente, viene inviato a New York per trattare la vendita di un grande edificio nel cuore della capitale venezuelana e, guarda caso, la trattativa si svolge con un ingegnere, dirigente del reparto acquisizioni immobiliari di una compagnia petrolifera che, corrotto più di lui, per quell’affare gli chiede una corposa tangente che gli servirà per ritirarsi in Belize, nell’isola di Ambergris Caye dove lo attende la sua fidanzata e il progetto per la costruzione di una magnifica villa in riva al mare. Ma… ci si mettono di mezzo molti paletti che gli complicheranno la vita. Primo la gelosia della sua amante, la quale scopre che Andrea, grazie al guadagno milionario della transazione, non vuol più fare parte della società, anzi la scioglie, per potere dedicarsi ad un’attività lecita. Per caso, complice una fortunata pescata d’altura in compagnia di un anziano americano, costui, appassionato della pesca al marlin, gli diventa amico. E’ un uomo importante e ricchissimo, ormai alle soglie dei settanta e lo proteggerà quando verrà scoperto il cadavere dell’ex amante di Andrea. Il quale, allontanato d’autorità dal Venezuela, vi rientrerà con l’amico, che l’aiuterà a scoprire il vero assassino. Molte cose si chiariranno, come pure la vera entità della figura di Cecilia Cortès e quella di Fernanda, una splendida venezuelana. Tra amore, sesso, fiumi di denaro e un delitto misterioso, la storia si concluderà con un’amara sorpresa.

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CAPITOLO PRIMO

L‘assordante fragore dei reverse del Jumbo Alitalia era al suo apice quando Andrea vide lo scorrere veloce dell’immagine dell’aerostazione di Maiquetia, con la sfilata di aerei in sosta. Dopo un lungo rullaggio, l’apparecchio si fermò al parcheggio e il giovane, già pronto con il bagaglio a mano, si lanciò sulla passerella per arrivare più in fretta alla sala della consegna bagagli, non per ritirarli per primo – ci sarebbero voluti almeno venti minuti prima che apparissero sul nastro trasportatore – ma per vedere se Miguel fosse ad attenderlo all’uscita. Lo intravide che lo salutava con la mano da un varco che la polizia di frontiera teneva ben sorvegliato. Da quel momento tutto sarebbe dipeso da lui. Gli aveva assicurato che non ci sarebbero stati problemi al suo arrivo a Caracas. Aveva preso in affitto per l’amico italiano un comodo appartamento, situato nella grande torre nell’Avenida de Mexico, fra l’Anauco Residence e l’Hotel Hilton, nel centro della capitale venezuelana. Avrebbero visto insieme quali possibilità si prospettavano per il suo futuro in Venezuela. Il Paese si prestava all’inserimento di giovani elementi nella classe dirigente, ancora in completa trasformazione. C’era bisogno di persone intraprendenti e capaci. Chi poi, come Andrea, disponeva pure di un capitale iniziale, si trovava avvantaggiato: investendolo con oculatezza, avrebbe potuto guadagnarci una fortuna.
Per quella ragione Andrea si trovava in Venezuela. Aveva fatto affidamento sulle aderenze di cui Miguel godeva negli ambienti più importanti della città, specialmente in quello della polizia e dell’esercito, grazie soprattutto alla posizione del padre, importante dirigente di una società petrolifera americana. In un Paese come quello era facile poter contare su amicizie nell’amministrazione civile e militare. Bastava oliare gli ingranaggi, così gli aveva detto. Con qualche gratifica, viste le condizioni economiche non certo brillanti di certi funzionari, avrebbe goduto di importanti privilegi. Come quello di muoversi liberamente in alcuni circoli privati dove poteva facilmente capitargli di fiutare qualche buon affare. Gli stipendi dei dipendenti dell’amministrazione statale non erano certamente principeschi e di sicuro non bastavano a mandare avanti una famiglia che avesse esigenze particolari, per cui alcuni funzionari civili e ufficiali della Polizia e dell’Esercito si arrangiavano come potevano. L’essenziale per vivere era alla portata di tutti. Il costo della vita era abbastanza modesto, quello delle derrate alimentari e degli affitti poi, quasi ridicolo. La benzina, rispetto all’Europa, costava una sciocchezza. Ma le esigenze di taluni personaggi, che proprio per quello facevano la loro apparizione in tutti i frequenti avvenimenti mondani, erano ben altre. Specie se avevano una famiglia numerosa a carico e, quelli più sfortunati, anche una moglie giovane e ambiziosa cui non dispiaceva ben figurare, indossando vestiti alla moda e gioielli sfarzosi. Senza contare l’obbligo di possedere un’automobile, che non poteva non essere americana, dal costo al limite del proibitivo.
Con un appoggio del genere e un discreto capitale in dollari, tutte le porte della ‘società bene’ gli si sarebbero spalancate, con la possibilità di operare aggirando regolamenti più o meno farraginosi che avrebbero impedito a chiunque, specie se straniero, di iniziare un’attività proficua. Andrea aveva espresso questo desiderio a Miguel dopo averlo conosciuto a Milano. Era arrivato a Caracas intenzionato a soggiornarvi a lungo per rendersi conto di come avrebbe potuto guadagnare bene e in poco tempo. Si era stufato di arrancare in Italia. Mille difficoltà burocratiche e tanta concorrenza. Non c’era più spazio per i giovani imprenditori. Un cronico malessere aveva invaso tutti i settori produttivi. La Borsa stagnava, le banche non concedevano crediti se non a chi garantiva con beni immobili del valore anche tre o quattro volte superiore al prestito richiesto, i tassi di interesse erano al limite dello strozzinaggio e i fallimenti non si contavano più.
In società con un amico, avevano tirato su una piccola concessionaria di automobili. Il lavoro era andato abbastanza bene fino a quando la casa costruttrice non aveva deciso di ampliare la propria rete di vendita, facendo diminuire di conseguenza il loro già risicato giro di affari. La concorrenza aumentava sempre di più e c’era chi, pur di vendere auto nuove, prendeva indietro quelle vecchie valutandole quasi al limite del suicidio finanziario. Le auto usate invendute infoltivano i grandi parcheggi all’aperto. Andrea si recava spesso in giro in scooter per non farsi riconoscere dai concorrenti e spiava, attraverso le recinzioni, i piazzali ingombri di auto d’occasione. Infine, dopo tanto affanno, era venuto il giorno in cui il socio gli aveva proposto di imitare la stessa tecnica degli altri.
“Ma sì…” gli aveva detto “vedrai che aumenteremo le vendite sia del nuovo che dell’usato e le banche ci aiuteranno.” Alla parola banche, Andrea gli aveva fatto osservare che quelle non aiutavano nessuno. A farla breve e grazie all’insistenza del socio, Andrea aveva preferito cedere la sua parte in cambio di una buona uscita di cento milioni. Il socio entrante si sarebbe assunto tutti gli oneri conseguenti. Trattandosi di una società a responsabilità limitata, gli era stato abbastanza facile uscirne senza strascichi, pagando un modesto importo in tasse e senza il rischio di un eventuale coinvolgimento, nel caso l’azienda avesse continuato a fare cattivi affari.
La sua prima mossa era stata quella di utilizzare al meglio il suo modesto capitale, oltre ai risparmi che aveva previdentemente accantonato. Altri trenta milioni. Purtroppo, salvo investirli in buoni del Tesoro o dello Stato, non aveva alternative. Di mettersi di nuovo…