di  Gianfranco Menghini

Una buick

tutta panna

Romanzo

Il dopoguerra per la gente con scarsi mezzi, specie se quei pochi che aveva prima li aveva perduti nel conflitto, offriva due sfoghi per un giovane del centro-sud. Emigrare al Nord e accettare un umile lavoro qualsiasi o andare all’estero. L’estero, beninteso, che a quel tempo, malgrado tutto, ci amava come gli Stati Uniti, per esempio. Paolo accetta un imbarco su una petroliera americana, che dovrà raggiungere in aereo nel porto di Los Angeles: Wilmington. Il solo fatto di dover volare fino a quella destinazione, anche se con molti scali e cambi di aereo, lo entusiasma al tal punto che accetta, benché abbia da poco conseguito la maturità classica e la sua famiglia gli abbia fatto presente che non potrà mantenerlo all’Università, la più prossima, in questo caso, essendo Roma. Siamo nel 1957 e sebbene la miseria più nera incominci a scemare, grazie alla lenta ricostruzione di una Nazione ferita gravemente dalla guerra, di prospettive di impiego ce ne sono ben poche e semmai sono riservate solo per capifamiglia. La dura esperienza del mare maturerà Paolo, rendendolo tenace alla fatica e ai disagi, ma non al punto da fargli abbandonare tout court gli studi, cosicché riesce in poco tempo ad apprendere alla perfezione la lingua inglese che gli sarà di aiuto per scalare la carriera nell’ambito della compagnia petrolifera per la quale è stato ingaggiato, grazie soprattutto all’aiuto di Elizabeth, moglie di un contrammiraglio della U.S. Navy, conosciuta sin dal suo arrivo in California e madre della sua futura sposa Sharon. Avventure mozzafiato sui mari di tutto il mondo con l’epilogo nel porto californiano, tragico nella sua efferatezza ma, per una certa combinazione fortunata, vantaggioso a posteriori per Paolo che, dopo intense e lunghe riflessioni, decide di…

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Capitolo primo

Gesù! Che sofferenza… non ce la faccio più…’ si lamentò flebilmente il giovane.
Era accasciato nel suo lettino e stava cercando di trovare una posizione più comoda per non soffrire quel tremendo mal di mare che lo opprimeva dalla sera avanti. Da quando erano partiti dal porto di Wilmington, non appena superata la diga foranea, erano entrati nell’Oceano Pacifico, con un mare che via via che si erano allontanati dalla costa, si era fatto sempre più grosso. Eppure, i suoi compagni glielo avevano spiegato. Non era una tempesta, solo un vento teso di ponente che aveva fatto gonfiare le onde fino a quattro metri. Non era un granché, ma dato che lo prendevano al traverso, la nave rollava vistosamente. E poi, come dicevano i veri marinai che la conoscevano bene, quella nave non era proprio il massimo per un bastimento marino. Varata nei cantieri di Amburgo subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, era stata costruita con lamiere del ferro fuso recuperato dai bombardamenti e presto si sarebbe trasformata in un blocco di ruggine. Oltre a ciò, era stata progettata con il fondo tondo con poca chiglia né alette che lo contrastassero, cosicché il rollio veniva evidenziato in un mare appena mosso, specie quando navigavano vuoti, appesantiti solo dalla zavorra necessaria alla sicurezza della navigazione.
Quella petroliera, come molte altre, faceva parte del piano di ricostruzione americano per rimettere in piedi la disastrata economia tedesca, quasi al collasso. Non disponendo di materie prime, i tedeschi non ne avevano altre se non quelle derivate dal materiale ferroso di recupero dei bombardamenti, che veniva fuso per vari impieghi e anche se opportunamente trattato, non dava certezze, a lungo andare, di mantenersi compatto e, soprattutto, arrugginirsi troppo in fretta.
Il giovane non si era immaginato nemmeno lontanamente di poter soffrire il mal di mare né che fosse così penoso, addirittura atroce, da non potercisi abituare. Avrebbe voluto morire tanto la sofferenza gli faceva credere di morirne. Il nostromo lo aveva sospeso dal lavoro, rispedendolo nel suo alloggio, appena terminata la manovra di disormeggio, dandogli un’amichevole pacca su di una spalla.
“È una cosa normale alla prima esperienza di navigazione. Vedrai che ti passerà e diventerai presto un… lupo di mare,” gli disse sorridendogli con una punta d’ironia.
Costui era un uomo di poche parole. Toscano di Viareggio, quando le pronunciava con quell’inflessione convincente che pochi, a eccezione dei toscani hanno, riusciva a dare al suo dire un senso di arguzia, condito da una sottile ironia e un fondo di umorismo. Difficile trovarvi cattiveria. E per che cosa poi, specie nei confronti di un giovane mozzo appena imbarcato all’altro capo del mondo, il quale non faceva altro che guardare con ammirazione tutto. Proprio quella nave, che solo lui trovava magnifica, ma la maggior parte dell’equipaggio, dopo un estenuante ritardo che li aveva spaventati, la considerava poco affidabile.
La grossa nave stava navigando diretta in un porto semi sconosciuto dell’isola di Sumatra. Avendogli detto che la navigazione sarebbe stata lunga, il ragazzo si era spaventato all’idea che quel rollio durasse chissà quanto…
Se almeno non fosse stato così precipitoso quando gli avevano proposto di imbarcarsi su quella petroliera! Ma l’idea di andare all’altra parte dell’emisfero in aereo per raggiungere Wilmington, approdo petrolifero di Los Angeles, l’aveva affascinato. Era abituato a vivere in una piccola cittadina di provincia dove le uniche cose di rilievo erano i matrimoni, la festa del Patrono e i soliti pettegolezzi. Dopo la scuola media, aveva fatto il pendolare con il vicino capoluogo dove aveva frequentato il liceo, ottenendo con un anno di anticipo la maturità classica. Poi era rimasto indeciso sul da farsi per più di un anno, nella speranza che gli capitasse un impiego. Ma con la maturità classica, salvo partecipare a qualche concorso statale, non aveva avuto altra prospettiva che continuare gli studi. Per cui, dopo essersi crogiolato al sole tutta l’estate sulle spiagge, non aveva esitato quando a settembre aveva ricevuto il telegramma per una convocazione che l’aveva elettrizzato, tanto che i giorni precedenti la partenza non stava più in sé per l’eccitazione. Finalmente avrebbe visto il mondo, quello vero. Non attraverso le notizie della radio o il ripetitivo spettacolo alla televisione il giovedì sera al Bar Sport o i film di guerra americani o quelli che lui più gradiva, della vita brillante dei protagonisti, che vivevano nel lusso…
Il telegramma lo invitava a presentarsi a Genova per la visita medica ma, soprattutto, di raggiungere la California in aereo… un quadrimotore! La California… Los Angeles, San Francisco! Nomi del mitico paese che gli erano rimasti impressi nella mente da averli sempre sognati a occhi aperti.
Era il 1957. Gli effetti della guerra si facevano ancora sentire. In Italia era in atto la difficile ricostruzione e le famiglie operaie e impiegatizie di medio livello continuavano a tirare la cinghia, anche se un po’ meno del periodo bellico. Il lavoro però, oltre ad essere scarso, era pure mal pagato. Suo padre era uno dei pochi fortunati e portava a casa un ottimo salario. Già da anni era imbarcato in quelle petroliere della Pantex, una delle più grandi società petrolifere americane. Faceva il nostromo ed era stato lui, seppure a malincuore ma dopo le insistenze del figlio, a fare richiesta a un suo amico funzionario dell’agenzia di Genova rappresentante la società armatrice, per trovargli l’imbarco, convinto che dopo quell’esperienza, suo figlio si sarebbe reso conto di quanto fosse dura la vita di bordo e, approfittando del primo scalo che la nave avesse effettuato in un qualsiasi porto europeo, avrebbe chiesto di tornarsene a casa…